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Lettere mai inviate

  • Writer: Nicola Arnese
    Nicola Arnese
  • Aug 8, 2025
  • 2 min read

Ci sono cose che si dicono.

Cose che si scrivono.

E poi ci sono cose che si scrivono, ma che non diremo mai.


Lettere che non partiranno, messaggi che non troveranno un destinatario.

E non perché non ci sia nessuno a cui spedirli, ma perché il punto non è quello.


Il punto è scriverli.

Il punto è capire cosa ci sta muovendo dentro.


A volte ho scritto lettere a persone che non avrei mai avuto il coraggio di guardare negli occhi per dire loro le stesse cose.

Altre volte le ho scritte a persone che amo profondamente, ma con cui, per qualche stupido motivo, non ho mai condiviso certe parole.


Lettere scritte non per fare pace o chiarirmi con gli altri, ma probabilmente per fare pace con me stesso.


Scrivere a qualcuno senza spedirgli nulla può sembrare un gioco da adolescenti o una strana terapia. In realtà, è un atto semplice e profondo di riflessione.


Perché quando mettiamo i pensieri in fila, le emozioni iniziano a svelarsi per quello che sono.

Non più solo reazioni o malesseri vaghi, ma parole comprensibili, che spesso portano con sé un significato più grande di quanto ci aspettassimo.


A volte scriviamo con rabbia.

Poi rileggiamo, e ci accorgiamo che quella rabbia era solo tristezza travestita.

A volte scriviamo pieni di certezze, e mentre lo facciamo ci rendiamo conto che c’era un dubbio a cui non avevamo dato spazio.

Scrivere senza il peso di dover essere capiti è liberatorio.

Scrivere solo per capirsi, ancora di più.


A volte scriviamo a un padre.

A volte a un amico che non c’è più.

Ad un amore perduto.

E a volte, forse più spesso di quanto ammettiamo, scriviamo a una parte di noi.


Non sempre le parole vanno consegnate.

Ma hanno bisogno di essere scritte.


E non serve essere poeti.

Non servono metafore, punti e virgola, titoli in grassetto.

Basta la sincerità.

La bellezza non sta nell’eleganza delle frasi, ma nella verità che portano dentro.

Una verità che, a volte, viene fuori solo perché l’abbiamo scritta.


Scrivere lettere che nessuno leggerà è un esercizio di consapevolezza.

È una forma di cura.

Una piccola stanza silenziosa dentro cui possiamo guardarci con più gentilezza.


Forse il senso non è scrivere per essere capiti, ma scrivere per capirsi.

Perché certe lettere, pur non partendo mai, arrivano esattamente dove devono arrivare: a noi.

Scrivere lettere che non partiranno mai è un esercizio di ascolto e di chiarezza interiore. Non serve essere poeti: basta la sincerità di guardarsi dentro e mettere per iscritto ciò che conta davvero. A volte, mentre crediamo di parlare agli altri, stiamo in realtà parlando a noi stessi.

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