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La Storia di Joachim

  • Writer: Nicola Arnese
    Nicola Arnese
  • Mar 28
  • 2 min read

Era il primo di sei.


Suo padre scomparve durante la guerra. Praga, 1945, o giù di lì. Joachim aveva diciotto anni e da un giorno all'altro si ritrovò a fare il padre ai suoi cinque fratelli più piccoli, aiutando la mamma in una casa che non aveva quasi niente. Non lo scelse. Successe, e lui rimase.


Poi la decisione di spostarsi a Milano. Alla Piaggio c'era lavoro. Turni di notte, stabilimento, odore di metallo e olio motore. E in mezzo alla stanchezza di quei turni, quasi per caso, nacque la passione per le moto.


Le prime gare nei weekend. La velocità come unica forma di libertà che poteva permettersi. Una vita doppia;  di notte in fabbrica, di giorno in pista.Come sanno fare solo quelli che non possono scegliersi una vita sola. Ma lui era felice.


Poi una curva. Una maledetta curva sbagliata.


Il buio.


Il risveglio su una sedia.


E la rabbia. Quella rabbia silenziosa e dura di chi sente che la vita si accanisce, che non basta fare la cosa giusta, che non basta resistere. La stanchezza che non passa. La voglia di mollare tutto.


Lui era Joachim.


Un vecchietto gentile seduto su una piccola sedia di legno, di là dal lato del Duomo di Milano.


Lo salutavamo ogni mattina, passando veloci verso l'ufficio. Una sigaretta. Una brioche. Un buongiorno. A volte qualche monetina. Era parte del paesaggio e quando una cosa diventa parte del paesaggio, smetti di guardarla davvero.


Poi un giorno non c'era più.


Neanche il giorno dopo. Neanche quello dopo ancora.


Finché qualcuno,  probabilmente della chiesa, appese un piccolo cartello al muro, con la sua storia. La guerra. I fratelli. Milano. La Piaggio. Le corse. La sedia. E la fine.


Rimanemmo senza parole. Una tristezza dentro. Non solo  il dolore di chi perde qualcuno che conosce bene, ma qualcosa di più sottile e più pesante. Il pugno di chi capisce di aver mancato qualcosa che non può recuperare.


Quella storia l'avevamo letta su un foglio appiccicato al muro. Fredda, bella, completa. Ma la mattina, quella mattina, e tutte le mattine prima, avremmo potuto fermarci qualche minuto in più e scoprirla dalla sua voce.


Ma non avevamo mai chiesto. Non ci eravamo fermati.


Credo che la vita sia meravigliosa per questo.


Per le storie che nasconde dentro ogni uomo. Storie che nessun foglietto appiccicato al muro ti saprà mai raccontare per intero. Storie che esistono solo se qualcuno si ferma, guarda negli occhi, e trova il coraggio  e lo spazio di chiedere. 


Perché ogni tanto, forse non sempre, non con tutti, ma ogni tanto, vale la pena rallentare e chiedere.


Joachim ce l'aveva, la storia. Ce l'hanno tutti.


La domanda è se siamo disposti a rallentare abbastanza da ascoltarla.

 
 

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Nicola Arnese | L2 ICF Certified Coach  |  n.arnese@gmail.com

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